Il lavoro in tempo di cambiamenti. La Chiesa vicina

PRESENTAZIONE

+ Giampaolo Crepaldi
Arcivescovo-Vescovo di Trieste
Presidente della Commissione Pastorale Sociale della CET

In vista del 1 maggio, giornata tradizionalmente dedicata al mondo del lavoro, la Conferenza dei Vescovi del Triveneto ha reso pubblica una sua Nota pastorale sul tema Il lavoro in tempo di cambiamenti. La Chiesa vicina. Si tratta di un intervento autorevole che, oltre a testimoniare l’attenzione delle Chiese diocesane per la crisi che ha investito il mondo della produzione e del lavoro, intende affrontare, con sensibilità etica e religiosa, alcuni nodi che, se non vengono sciolti, rischiano di costituire dei paralizzanti handicap nello sviluppo futuro del Triveneto. Il documento evidentemente non affronta tutte le problematiche inerenti all’attuale situazione del mondo del lavoro, limitandosi ad affrontarne alcune che sono state ritenute particolarmente bisognose di essere prese in seria e attenta considerazione.

La Nota si apre con l’amara constatazione che le popolazioni del Triveneto – che un tempo, forti di un ricco patrimonio di valori umani e religiosi, erano riuscite a far fronte con successo alla ricostruzione dopo il dramma della seconda guerra mondiale – sembrano oggi come “improvvisamente impreparate ad affrontare una situazione di difficoltà economica e a fare i conti con una severa crisi occupazionale. E sembrano come incapaci di far fronte al come e al dove attingere le risorse materiali e di senso necessarie per essere in grado di affrontare un momento così prolungato di difficoltà” (n. 1). Per uscire da una situazione di oggettiva difficoltà, i Vescovi ritengano che sia necessario ripartire da una concezione alta e adeguata del lavoro umano, richiamando nel documento gli insegnamenti di Papa Benedetto XVI, cioè “la necessità di avere chiari i criteri per i quali un lavoro può essere definito «decente»[1] e la necessità di ripensare anche il modello economico complessivo, affinché esso non produca «costi umani» insostenibili[2], primo fra tutti la perdita generalizzata per enormi masse di persone della possibilità di lavorare decentemente…[3]. Sono esigenze di estrema attualità, che devono continuamente essere tenute presenti e ribadite” (n. 3).

Il documento poi continua con un richiamo molto esigente, dove afferma che, di fronte agli incisivi cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel mondo del lavoro, sia necessario mantenere saldo il quadro etico-valoriale di riferimento, quadro che consente adeguate comprensioni e interpretazioni. Indubbiamente i cambiamenti intervenuti con l’avvento e il consolidarsi della globalizzazione vanno affrontati e governati con serenità e lungimiranza, senza demonizzazioni, anzi considerandoli come delle opportunità. Tuttavia questo non basta affermano i Vescovi che, in un felicissimo numero del documento, richiamano e indicano il quadro etico-culturale di riferimento quale condizione per rendere il cambiamento autenticamente umano e umanizzante. A questo proposito, vale la pena riportare per intero il testo: “Come Vescovi riteniamo che, nelle nostre regioni e in generale nel nostro Paese, debba essere custodito l’alto valore assegnato al lavoro; la sostanza dei diritti fondamentali dei lavoratori, pur nella necessità di adattarne le forme giuridiche; la dimensione comunitaria e solidale del lavoro e della stessa impresa, argine all’individualismo e alla frammentazione; la consapevolezza che il lavoro ha il primato sul capitale e che l’uomo ha il primato sul lavoro; la convinzione (espressa tra l’altro nella Costituzione italiana[4]) che il lavoro deve servire anche al mantenimento della famiglia; l’armonizzazione tra il lavoro e la vita complessiva della persona che lavora, rispettando il riposo e il tempo della festa; il far procedere di pari passo e in feconda connessione le politiche del lavoro e quelle della famiglia; la crescente sensibilità per la custodia del creato, elemento imprescindibile per la vita stessa dell’uomo; la possibilità reale e concreta di strumenti di previdenza sociale; la stima assegnata alla capacità di fare impresa; la sensibilità verso l’economia civile e solidale e l’apprezzamento per quelle imprese che non hanno come unico obiettivo la massimizzazione del profitto” (n. 7).

La parte centrale del testo è riservata al tema del rapporto tra lavoro e denaro e costituisce indubbiamente la parte più innovativa e stimolante della Nota. L’ispiratore di questa sezione del documento è Papa Francesco che “ha pronunciato un «no» chiaro all’«idolatria del denaro» e al denaro che, idolatrato dall’uomo, «governa invece di servire». E ha richiamato, proprio parlando di questo, l’importanza dell’etica e prima ancora di Dio, come antidoto al dominio del denaro e del potere e come fattore che «consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano». E ci ha ricordato come l’etica viene oggi quasi disprezzata, proprio perché relativizza il denaro e il potere; essa ha la possibilità di liberare dalla schiavitù, anche dalle regole impersonali assolutizzate del mercato[5]” (n. 9). Sono tre le affermazioni più rilevanti.

  • Ogni lavoro fatto secondo gli accordi va pagato, e va pagato in tempi ragionevoli. Scrivano i Vescovi a questo proposito: “Sembra una banalità, ma il contatto quotidiano con tante persone ci fa percepire come questo meccanismo normale abbia subito una grande deformazione. Tante imprese dei nostri territori sono entrate in crisi per questo motivo, spesso vittime di un agire premeditato da parte di altri soggetti. La deformazione di questo meccanismo è proporzionale all’erosione complessiva del capitale di fiducia reciproca nei rapporti sociali odierni. Dobbiamo tutti ripartire ripristinando un’etica nei rapporti economici, onorando la fiducia accordataci e dandola a nostra volta” (n. 10).
  • Verificare sempre l’intenzione con la quale si investe il proprio denaro, lo si presta, lo si utilizza. Su questo punto scrivono i Vescovi: “Si può investire per generare profitto veloce per se stessi oppure per produrre un insieme di beni – lavoro, processi, prodotti – durevole nel tempo e a beneficio di tanti…La prevalenza dell’una o dell’altra modalità dipende anche dalla moralità e dai valori di chi agisce, sebbene poi appaiano impersonali i meccanismi in cui si struttura ad esempio il sistema creditizio. Dobbiamo tenere sempre a mente che solo una delle due modalità di investire e prestare denaro creerà lavoro vero e dignitoso” (n. 11).
  • Combattere la corruzione. Dure e inequivocabili le parole dei Vescovi: “La corruzione compromette e distrugge il lavoro buono e favorisce quello di scarsa qualità; penalizza gli onesti, non promuove i talenti, non libera energie, mette a repentaglio la fiducia e il patto democratico e a rischio intere generazioni, impoverisce il tessuto economico: tutti fenomeni che si scaricano impietosamente sui più deboli, incolpevoli. Il nostro appello qui è accorato: convertiamoci tutti, anche da quelle scorciatoie che a volte sembrano innocue, ma che sono il terreno di coltura della corruzione più eclatante. La corruzione è un danno troppo grande; chi apparentemente se ne avvantaggia, deve ricordare che il vantaggio è solo temporaneo, solo materiale, e distrugge l’anima” (n. 12).

La parte conclusiva del testo ha un’intonazione prevalentemente pastorale e riserva un’attenzione privilegiata nei confronti del mondo giovanile, che risulta essere quello più esposto alle conseguenze negative dei cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro e quello meno preparato sul piano etico e culturale ad affrontarli adeguatamente. E’ in questo quadro di spiccata sensibilità pastorale che si colloca l’invito che i Vescovi rivolgono alle comunità cristiane ad essere “luoghi dove si ascolta, si approfondisce e si annuncia il Vangelo del lavoro, espresso nella tradizione del pensiero sociale cristiano. Luoghi dove si educa al lavoro e ai suoi valori fondamentali, alle sue dimensioni umane e cristiane, al suo senso profondo; dove, per questo, si fa anche in qualche modo esperienza concreta di ciò che può allenare al lavoro; spazi dove si parla di lavoro, dove si condividono le difficoltà e le preoccupazioni alla luce del Vangelo, e dove si possono mettere insieme idee e risorse” (n. 14,1).
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[1] Cfr. Papa Benedetto XVI, Enciclica Caritas in Veritate, 63.
[2] Cfr. Papa Benedetto XVI, Enciclica Caritas in Veritate, 32.
[3] Cfr. Papa Benedetto XVI, Enciclica Caritas in Veritate, 25.
[4] «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (Cost. It. art. 36).
[5] Cfr. Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 55-58.

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CONFERENZA EPISCOPALE TRIVENETA

Il Lavoro in tempo di cambiamenti

La Chiesa vicina

Nota pastorale

15 aprile 2015

 

L’invito a essere concreti

1.     In questi anni, le nostre Chiese diocesane hanno toccato con mano le conseguenze della crisi economica e sociale che ha investito decine di migliaia di persone, famiglie e imprese nei nostri territori. Le comunità cristiane sono state interessate da tantissime richieste di aiuto e di sostegno, provenienti da singole persone, da famiglie, da lavoratori e da imprenditori. Abbiamo visto uno straordinario patrimonio di fiducia, di speranza e di coraggio civile depauperarsi rapidamente, e come tutto ciò abbia portato alcuni perfino a togliersi drammaticamente la vita.

Le popolazioni delle nostre regioni, dopo un lungo e promettente periodo di veloce e diffuso sviluppo economico, si sono trovate improvvisamente impreparate ad affrontare una situazione di difficoltà economica e a fare i conti con una severa crisi occupazionale. E sembrano come incapaci di far fronte al come e al dove attingere le risorse materiali e di senso necessarie per essere in grado di affrontare un momento così prolungato di difficoltà; risorse materiali e di senso che avevano dimostrato di possedere quando, uscendo dalla grande povertà del secondo dopoguerra, riuscirono nell’impresa di scrivere un esemplare capitolo di sviluppo economico e civile.

2.     Immerse in questa situazione, le nostre Chiese diocesane e le comunità cristiane hanno cercato prima di tutto di risvegliare dentro se stesse il “capitale” di solidarietà che proviene loro dal Vangelo stesso, e poi si sono fatte sostenitrici di innumerevoli iniziative di sostegno a coloro che perdevano il lavoro, instaurando meccanismi virtuosi, non meramente assistenziali, ma promuoventi occasioni, seppur temporanee, di lavoro, in sinergia con enti e istituzioni pubbliche e private.

Lo sguardo solidale della Chiesa si è posato soprattutto su coloro che avevano meno risorse per rimettersi in gioco, senza tuttavia perdere la prospettiva della complessità della situazione, che coinvolge tutti, anche persone che fino a qualche tempo fa non avrebbero mai immaginato di trovarsi in difficoltà lavorativa ed economica. Attraverso queste iniziative si è potuto constatare come, nel cuore delle persone e nelle relazioni sociali ed economiche, possano rinascere, grazie alla solidarietà, la speranza e la fiducia.

Noi Vescovi del Triveneto sosteniamo e confermiamo l’impegno delle nostre Chiese nelle iniziative concrete di solidarietà, ma sentiamo anche il dovere di attirare l’attenzione su alcuni aspetti strutturali di questo passaggio d’epoca e di indicare alcuni criteri, fondati sulla parola del Vangelo e sulla dottrina sociale della Chiesa[1], per un discernimento etico e antropologico sul tema del lavoro.

3.     La Chiesa ha sempre proposto una visione del lavoro corrispondente all’altissima dignità della persona umana, che del lavoro è il soggetto e il fine, dunque una visione alta del lavoro. I grandi documenti del Magistero sociale fin dalla Rerum Novarum di Papa Leone XIII hanno accompagnato tutti i grandi cambiamenti del lavoro avvenuti negli ultimi cento e più anni, con l’obiettivo di salvaguardare sempre la dignità della persona.

Anche ora siamo in un tempo di cambiamenti molto significativi, di cui il Magistero sociale di Papa Benedetto XVI ha illuminato in particolare due esigenze: la necessità di avere chiari i criteri per i quali un lavoro può essere definito «decente»[2] e la necessità di ripensare anche il modello economico complessivo, affinché esso non produca «costi umani» insostenibili[3], primo fra tutti la perdita generalizzata per enormi masse di persone della possibilità di lavorare decentemente, con la catena di conseguenze negative che ciò provoca[4]. Sono esigenze di estrema attualità, che devono continuamente essere tenute presenti e ribadite. La Chiesa non si stanca di richiamare, anche nelle nostre regioni, questi preziosi insegnamenti, invitando ogni attore sociale e politico a tenerne conto seriamente.

4.     Avendo come guida la luce che giunge a noi dalla dottrina sociale della Chiesa, con questa Nota pastorale – che rendiamo pubblica in vista della Giornata del lavoro che si celebrerà il prossimo 1 maggio – desideriamo richiamare l’attenzione delle comunità cristiane e dell’opinione pubblica su alcuni aspetti specifici che ci paiono particolarmente urgenti oggi; intendiamo anche sottolineare alcune questioni pratiche, spinti dal Magistero di Papa Francesco, il quale ci dice che «non possiamo evitare di essere concreti – senza pretendere di entrare in dettagli – perché i grandi principi sociali non rimangano mere indicazioni generali che non interpellano nessuno»[5].

Il lavoro cambia, ma i valori restano

5.     Il tempo che stiamo vivendo è connotato da un profondo cambiamento, sotto vari profili, i cui segni tangibili sono molti. Questi segni ci fanno comprendere che si tratta di un processo irreversibile, che farà sì che molte cose non saranno più come prima. Certamente il cambiamento presenta alcuni tratti critici, che possono essere ricondotti anche a scelte e a meccanismi precisi, che andrebbero “convertiti”. Gli aspetti critici non debbono però oscurare la percezione che il cambiamento non è per forza qualcosa di cui avere paura: l’emergere di nuove tecnologie, più rispettose del creato e anche della fatica dell’uomo, nuove opportunità di sviluppo anche per Paesi che fino a oggi erano poverissimi, nuovi modelli di organizzazione e di impresa, nuovi prodotti, sono tutti elementi che non devono spaventare.

6.     È necessario dunque accompagnare e per così dire anticipare il cambiamento, investendo sui giovani che, per definizione, sono portatori di novità, lasciando loro spazio e opportunità vere, senza condannarli ad un’eterna attesa. Quello che le generazioni più adulte, invece, possono e debbono fare è saper indicare anche ai giovani ciò che del passato deve essere custodito, e ciò che invece può essere lasciato. Questo discernimento è indispensabile per un cambiamento positivo. E tale discernimento va accompagnato anche con l’esempio delle stesse generazioni più adulte, perché il mantenimento di alcune conquiste di civiltà dei decenni passati dipenderà anche dalla capacità di sacrificare qualcosa, soprattutto i privilegi, da parte di chi ora è più garantito e tutelato, con una responsabilità proporzionata alle concrete possibilità. Anche le recenti norme legislative introdotte con la legge denominata Jobs Act dovranno essere misurate e monitorate a partire dalla loro effettiva efficacia nel salvaguardare la dignità dei lavoratori e nel promuovere e incentivare lavoro e nuova occupazione, soprattutto giovanile.

7.     Come Vescovi riteniamo che, nelle nostre regioni e in generale nel nostro Paese, debba essere custodito l’alto valore assegnato al lavoro; la sostanza dei diritti fondamentali dei lavoratori, pur nella necessità di adattarne le forme giuridiche; la dimensione comunitaria e solidale del lavoro e della stessa impresa[6], argine all’individualismo e alla frammentazione; la consapevolezza che il lavoro ha il primato sul capitale e che l’uomo ha il primato sul lavoro; la convinzione (espressa tra l’altro nella Costituzione italiana[7]) che il lavoro deve servire anche al mantenimento della famiglia; l’armonizzazione tra il lavoro e la vita complessiva della persona che lavora, rispettando il riposo e il tempo della festa; il far procedere di pari passo e in feconda connessione le politiche del lavoro e quelle della famiglia; la crescente sensibilità per la custodia del creato, elemento imprescindibile per la vita stessa dell’uomo; la possibilità reale e concreta di strumenti di previdenza sociale; la stima assegnata alla capacità di fare impresa; la sensibilità verso l’economia civile e solidale e l’apprezzamento per quelle imprese che non hanno come unico obiettivo la massimizzazione del profitto.

8.     Oggi va apprezzato anche il potenziale positivo della dimensione europea e globale che l’economia e il lavoro stanno assumendo, a patto ovviamente che tutto ciò non si traduca in uno sfruttamento dei più poveri, ma piuttosto nella possibilità per molti popoli di affrancarsi dalla miseria. In questo senso riteniamo che il processo della globalizzazione debba essere impostato nella logica cooperativa di uno sviluppo integrale e solidale, e non come crescita degli uni a scapito degli altri, in un senso o nell’altro. Alcune scelte fatte nei decenni scorsi, anche nelle nostre regioni, ci sono sembrate ispirate solamente allo sfruttamento dei differenziali tra Paesi, così che non hanno prodotto benessere ne lì ne qui. Le differenze infatti, se crescono troppo, sono pericolose per tutti. Ce lo ha ricordato molto chiaramente Papa Francesco: «Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, (…) non ci si può attendere un futuro migliore»[8]. Questo è vero sia nei rapporti tra popoli e Paesi diversi, sia internamente a uno stesso Paese, tra regioni, territori e tra gruppi di cittadini vecchi e nuovi. Il lavoro risente sempre dell’iniquità.

Conversioni concrete da parte di tutti e di ciascuno

9.     Il cambiamento che stiamo vivendo ha anche dei profili critici, che chiedono conversione perché sono frutto di chiare responsabilità, non essendo fenomeni indipendenti dalla volontà dell’uomo.

Papa Francesco ci ha richiamato in particolare un aspetto in cui scelte umane e criticità di quest’epoca sono in un preciso rapporto di causalità. Egli ha pronunciato un «no» chiaro all’«idolatria del denaro» e al denaro che, idolatrato dall’uomo, «governa invece di servire». E ha richiamato, proprio parlando di questo, l’importanza dell’etica e prima ancora di Dio, come antidoto al dominio del denaro e del potere e come fattore che «consente di creare un equilibrio e un ordine sociale più umano». E ci ha ricordato come l’etica viene oggi quasi disprezzata, proprio perché relativizza il denaro e il potere; essa ha la possibilità di liberare dalla schiavitù, anche dalle regole impersonali assolutizzate del mercato[9].

Sulla scia di queste esortazioni, desideriamo ora attirare brevemente l’attenzione sul cruciale rapporto che si instaura normalmente tra lavoro e denaro: nelle nostre regioni fino a qualche tempo fa questo rapporto era abbastanza scontato, per l’abbondanza sia di denaro sia di lavoro. Pensando a ciò che ora si è inceppato, dobbiamo ricordarci tutti che, nel mettere in relazione lavoro e denaro, l’etica è fondamentale: essa si traduce in comportamenti e atteggiamenti molto concreti. Ne richiamiamo solo alcuni.

10.     Anzitutto è importante che ci ricordiamo tutti che ogni lavoro fatto secondo gli accordi va pagato, e va pagato in tempi ragionevoli. Sembra una banalità, ma il contatto quotidiano con tante persone ci fa percepire come questo meccanismo normale abbia subito una grande deformazione. Tante imprese dei nostri territori sono entrate in crisi per questo motivo, spesso vittime di un agire premeditato da parte di altri soggetti. La deformazione di questo meccanismo è proporzionale all’erosione complessiva del capitale di fiducia reciproca nei rapporti sociali odierni. Dobbiamo tutti ripartire ripristinando un’etica nei rapporti economici, onorando la fiducia accordataci e dandola a nostra volta, in termini di trasparenza nell’informazione reciproca quale condizione previa in ogni scambio, di qualità del lavoro svolto, di proporzione tra lavoro e prezzo, di puntualità e precisione nell’onorare gli impegni. Sappiamo che su tutto ciò lo Stato continua da troppo lungo tempo a non essere di esempio, ma il riferimento allo Stato non può essere accampato come una scusa, quando ci si muove nella più grande e profonda consapevolezza che la fiducia è stato il vero capitale su cui si è costruito lo sviluppo delle nostre regioni e che ora c’è urgente bisogno di ricostituirlo.

11.     Il secondo elemento etico nel rapporto tra lavoro e denaro riguarda l’intenzione con la quale si investe il proprio denaro, lo si presta, lo si utilizza. Si può investire per generare profitto veloce per se stessi oppure per produrre un insieme di beni – lavoro, processi, prodotti – durevole nel tempo e a beneficio di tanti. La storia delle nostre regioni è, a questo riguardo, piena di luci e di ombre. La prevalenza dell’una o dell’altra modalità dipende anche dalla moralità e dai valori di chi agisce, sebbene poi appaiano impersonali i meccanismi in cui si struttura ad esempio il sistema creditizio. Dobbiamo tenere sempre a mente che solo una delle due modalità di investire e prestare denaro creerà lavoro vero e dignitoso. Da qui l’appello per tutti di scegliere eticamente ogni giorno dove impegniamo il nostro denaro, come singoli cittadini, come istituti di credito, come istituzioni pubbliche e private, come imprese, e anche come enti ecclesiali[10]. È fondamentale, anche nelle nostre terre, ricostruire un circolo virtuoso dove il denaro è mezzo subordinato al bene della persona, che comprende anche il lavoro dignitoso.

12.     Il terzo elemento etico nel rapporto tra lavoro e denaro riguarda una pagina triste della vita della nostra società locale: la corruzione. La corruzione ha origine nel cuore umano, nella sete di denaro e di potere, asserviti ai propri interessi particolari a scapito di quelli comuni. Contro la corruzione servono sì le leggi e i controlli, ma questi sono armi spuntate se non si risveglia la coscienza, personale e comunitaria, nel piccolo e nel grande. La corruzione compromette e distrugge il lavoro buono e favorisce quello di scarsa qualità; penalizza gli onesti, non promuove i talenti, non libera energie, mette a repentaglio la fiducia e il patto democratico e a rischio intere generazioni, impoverisce il tessuto economico: tutti fenomeni che si scaricano impietosamente sui più deboli, incolpevoli. Il nostro appello qui è accorato: convertiamoci tutti, anche da quelle scorciatoie che a volte sembrano innocue, ma che sono il terreno di coltura della corruzione più eclatante. La corruzione è un danno troppo grande; chi apparentemente se ne avvantaggia, deve ricordare che il vantaggio è solo temporaneo, solo materiale, e distrugge l’anima.

Appello alle comunità cristiane: i giovani

13.     Nel richiamare gli ambiti sopra trattati sul rapporto tra il lavoro e il denaro, come Vescovi avvertiamo l’esigenza di ricordare a tutti che la conversione passa attraverso le scelte della coscienza illuminata di ogni persona, scelte che risulteranno essere autentiche e feconde se la persona intraprende quei percorsi spirituali che sono indispensabili per modificare interessi egoistici e peccaminosi, distorti criteri di valutazione e per individuare le priorità nel fare il bene… Questa esigente prospettiva ci sembra quanto mai opportuna nel momento in cui confermiamo l’impegno delle nostre Chiese diocesane a dedicarsi con generosità apostolica ai giovani, in sintonia con la sfida educativa che tutta la Chiesa italiana sente con i caratteri dell’urgenza. Sul tema del lavoro, infatti, i giovani rischiano oggi di essere le vere vittime incolpevoli. Ammiriamo la loro capacità di adattamento, il loro disincanto, la consapevolezza con cui affrontano un mercato del lavoro sempre più flessibile; ma riteniamo che vada ascoltato dalla società delle nostre regioni il richiamo a farsi carico di una situazione che rischia di compromettere il presente e il futuro di un’intera generazione.

14.     In questa prospettiva, riteniamo che la Chiesa possa portare un contributo concreto. Ci rivolgiamo quindi alle nostre stesse Diocesi e comunità locali, affinché tornino ad essere, come lo furono un tempo, luoghi significativi per i giovani nel loro travagliato rapporto con il mondo del lavoro. Non abbiamo ricette pronte, ma alcune indicazioni di fondo.

14.1        Le nostre comunità cristiane possono e debbono essere luoghi dove si ascolta, si approfondisce e si annuncia il Vangelo del lavoro, espresso nella tradizione del pensiero sociale cristiano. Luoghi dove si educa al lavoro e ai suoi valori fondamentali, alle sue dimensioni umane e cristiane, al suo senso profondo; dove, per questo, si fa anche in qualche modo esperienza concreta di ciò che può allenare al lavoro; spazi dove si parla di lavoro, dove si condividono le difficoltà e le preoccupazioni alla luce del Vangelo, e dove si possono mettere insieme idee e risorse.

14.2        Le comunità possono e debbono trovare il coraggio per sperimentare nuove forme di vicinanza ai giovani, a coloro che non sono occupati, né in istruzione o formazione, né in un lavoro e neppure nella ricerca di esso, la cosiddetta generazione Neet (Not in Education, Employment or Training), magari mettendosi in rete con le istituzioni preposte alle politiche attive per il lavoro, ma anche a chi ha voglia di mettersi in gioco e di provare a innovare e sperimentare. Abbiamo tanti spazi vuoti, o utilizzati solo per attività ludiche: perché non metterli a disposizione per iniziative legate al lavoro?

14.3        In particolare su queste ultime prospettive di impegno, un grande ruolo dovrebbe essere ritrovato dalle associazioni laicali. I nostri territori nel secolo scorso sono stati plasmati dalla creatività delle associazioni laicali di ispirazione cristiana: esse sono state capaci di rispondere spesso in anticipo alle domande che il tessuto lavorativo poneva, spingendo l’innovazione sociale, inventando strumenti a servizio dei lavoratori e degli imprenditori. Oggi questa spinta non deve venire meno, perché le domande che salgono da un’intera generazione circa il lavoro sono enormi, epocali. La sinergia tra parrocchie e associazioni sul tema del lavoro può mostrare il volto di una Chiesa vicina a questa generazione di giovani. Il Vangelo del lavoro, efficacemente proposto nella dottrina sociale della Chiesa, non si è esaurito: è affidato a tutti. E il Vangelo del lavoro aprirà la strada anche all’incontro con il Signore che si fa vicino all’uomo in ogni situazione. Sarà esperienza di autentica evangelizzazione.

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[1] Fondamentale, a questo riguardo, l’utilizzo costante del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, tanto raccomandato da Papa Francesco nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium: “…disponiamo di uno strumento molto adeguato nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, il cui uso e studio raccomando vivamente” (n. 184).
[2] Cfr. Papa Benedetto XVI, Enciclica Caritas in Veritate, 63.
[3] Cfr. Papa Benedetto XVI, Enciclica Caritas in Veritate, 32.
[4] Cfr. Papa Benedetto XVI, Enciclica Caritas in Veritate, 25.
[5] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 182. Qui si dice anche che «i Pastori, accogliendo gli apporti delle diverse scienze, hanno il diritto di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone, dal momento che il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione integrale di ogni essere umano». Inoltre, la presente Nota tiene in debito conto gli esiti del Convegno nazionale che la CEI ha tenuto sul tema della precarietà nel novembre 2014, a Salerno.
[6] Nel seminario che la Commissione Triveneta per i Problemi sociali ha svolto a Castelfranco nel Maggio del 2014, si è esaminato in profondità il grande valore che la forma cooperativa ha rappresentato per lo sviluppo nelle nostre regioni, e si è preso atto che nella forma cooperativa la dimensione comunitaria è particolarmente presente proprio nell’organizzazione stessa dell’impresa; non ci ha sorpreso scoprire che già alla fine dell’ ’800 illustri economisti di estrazione liberale notavano il grande valore della forma cooperativa, ad esempio J. S. Mill: «La forma di associazione che, se l’umanità continua a migliorare, ci si deve aspettare che alla fine prevalga, non è quella che può esistere tra un capitalista come capo e un lavoratore senza voce alcuna nella gestione, ma l’associazione degli stessi lavoratori su basi di eguaglianza che possiedono collettivamente il capitale con cui essi svolgono le loro attività e che sono diretti da manager nominati e rimossi da loro stessi» (Principi di economia politica, 1852, cap. IV).
[7] «Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa» (Cost. It. art. 36).
[8] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 59. La citazione completa è la seguente: «Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’iniquità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice. Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende ad espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire. Se ogni azione ha delle conseguenze, un male annidato nelle strutture di una società contiene sempre un potenziale di dissoluzione e di morte. È il male cristallizzato nelle strutture sociali ingiuste, a partire dal quale non ci si può attendere un futuro migliore».
[9] Cfr. Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, 55-58.
[10] Su questo punto si innesta anche un tema di carattere più generale che riguarda l’intero Paese e forse l’intera economia globale: il fatto cioè che oggi il vero conflitto è quello che si sta consumando tra lavoro e rendita. Ci limitiamo a ribadire che questo conflitto non può pendere sempre e solo dalla parte della rendita, in nome del primato del lavoro cui abbiamo già accennato.